13 agosto 2010

INCONTRO CON UN'INFANZIA RIFIUTATA


anno: 1971
Regia: Marcello De Stefano
Soggetto: Marcello De Stefano e Bruno Biasutti
Sceneggiatura: Marcello De Stefano e Bruno Biasutti
Fotografia: Adriano Cossio
Musiche: Rodolfo De Chmielewski
Suono: Leonardo Venturini
Voce: Nevio Ferraro
Montaggio: Marcello De Stefano
Produzione: Di Esse Bi-Udine
Durata: 40’


Incontro con un’infanzia rifiutata è il primo mediometraggio realizzato da De Stefano all’aprirsi della sua esperienza cinematografica friulana.
Il film prende in esame il problema dei bambini minorati all’interno della nostra società.
La cinepresa dell’operatore Adriano Cossio, in collaborazione col regista, segue attentamente la vita che si svolge in una colonia estiva ed ha per protagonisti dodici assistenti e venti bambini minorati, che vivono gli uni accanto agli altri in perfetta sintonia.

Alla base di questa esperienza, concertata dallo stesso regista assieme al suo ideatore-promotore, lo psicologo Bruno Biasutti, vi è il concetto della perfetta uguaglianza umana tra i bambini minorati e quelli cosiddetti normali.
La chiave della riuscita del suddetto esperimento è data dall’affettività vissuta liberamente e dall’accettazione dell’altro.
Il soggiorno è caratterizzato poi dal rientro serale dei bambini nelle loro famiglie, proprio per non farli vivere al di fuori di quel nucleo ambientale per loro importantissimo. Ciò allo scopo appunto di non interrompere un legame affettivo indispensabile alla ipersensibilità del subnormale, e per ottenere dall’esperimento pedagogico il più alto rendimento possibile.

Si tratta quindi di avviare il bambino a una sua liberazione attraverso un’educazione antiautoritaria e antirepressiva, che non preveda un atteggiamento di tipo coercitivo da parte dell’adulto pretesamente “normale” (sia esso genitore o educatore).
Seguendo questi principi, è possibile favorire il formarsi di una personalità cosciente nel subnormale, in modo che egli sia sempre libero, fin dalla più tenera età, circa le proprie scelte nell’ambito dei giochi, ad esempio, o dei bisogni essenziali, come la preferenza di un cibo piuttosto che un altro.

Mentre nella prima parte, indicandoci le possibilità insite in un tipo di educazione quale quella appena trattata, il film-saggio - come la critica definisce il cinema di De Stefano - è prevalentemente descrittivo, poi è fortemente critico verso la società e il sistema che accettano solo chi produce ed emarginano l’handicappato, rivelandosi così ingiusti e inumani.

Vi è anche rifiuto della colonia tradizionalmente intesa (tanto che De Stefano parla di Tissano - luogo dell’esperimento - come di un’anti-colonia), della colonia cioè come paternalismo burocratico, di una scuola differenziata come emarginazione dell’individuo.
E De Stefano non esita a far riferimento ai campi di concentramento nazisti. Infatti per ben tre volte ci appare dinanzi l’immagine di un filo spinato, e una voce infantile, fuori campo, recita toccanti poesie di alcuni bambini ebrei deportati nel ghetto di Terezin. Questo a ricordarci che: «le radici del nazismo non sono state tutte estirpate dalla nostra storia contemporanea » (50).


E questi riferimenti ci riportano al clima di oppressione, allo stato di disagio e di terrore in cui vivono gli handicappati in certi asili: quelli di Grottaferrata, quelli di Prato, quelli di incriminati istituti religiosi e di colonie (51).
Il film evidenzia anche altri episodi riprovevoli a danno dei bambini minorati, come il caso Pagliuca (52), o altri fatti meno appariscenti ma non meno riprovevoli, segno di una mentalità discriminatoria, come il rifiuto del cittadino benpensante di trascorrere le ferie con sotto gli occhi uno di questi bambini handicappati.

Esiste, ed è evidente, un rifiuto della società ad accogliere, ad accettare queste persone, che non saranno mai in grado di produrre e rendere come le altre, e da ciò è automatico rilevare che non si tratta di una società “ a dignità d’uomo”, giusta, se trascura, anzi esclude, quelli che avrebbero bisogno di essere da lei aiutati.

Lo stesso De Stefano ha confidato contro quali pregiudizi ha dovuto lottare, pregiudizi dettati anche da un’errata buona fede che molti conservano nei confronti di questa infanzia posta ai margini della società. La quale -dice il regista- “può e deve trovare perfetta eguaglianza umana coi bambini privilegiati, cioè quelli sani” (53).

Ed io stessa, avendo operato nel settore del volontariato con i ragazzi disabili, ho potuto constatare come ancora oggi, trent’anni dopo la realizzazione del film (nonostante molte cose da allora siano fortunatamente cambiate), esista una sorta di disagio, e in alcuni casi anche fastidio, da parte delle persone venute a trovarsi accanto a dei bambini minorati. A volte lo puoi leggere anche in un semplice sguardo o in un gesto innaturale: è come se si trovassero dinanzi a una realtà scomoda, qualcosa che non dovrebbe far parte della loro esistenza.



Ma Incontro con un’infanzia rifiutata (e, si badi bene, non abbandonata, come alcuni hanno scritto) non è solo un film contro l’emarginazione dei bambini minorati, bensì un film contro l’emarginazione di tutti i gruppi sociali dei diversi (e lo si capisce anche dall’accostamento dei ragazzi disabili a quelli di Terezin).

A proposito del film De Stefano ha detto: «È nato come documentario ma, sia per il linguaggio che per la tematica, credo vada ben oltre giungendo al piano del pensiero, un pensiero, beninteso, che mira non ad essere qualcosa di letterario o di astratto ma un insieme di proposizioni concrete, operative per una innovazione psicologica e politica del mondo non solo del bambino minorato ma di tutti gli emarginati»(54).

Ed infatti il mediometraggio si chiude con un’immagine di speranza, con quel filo spinato che viene reciso, quel filo spinato che forse un giorno noi riusciremo a tranciare e a strappare definitivamente, affinché non ci siano più odi ed emarginazioni e tutti noi si possa finalmente essere liberi di amare il prossimo senza barriere e senza confini.

E la voce dello speaker accordandosi sulle note del commento musicale chiude il film con una frase che raccoglie in sé il significato ultimo della pellicola: «A voi non serve altro se non che gli altri vi accettino. Non potete essere chiusi nel ghetto della produttività: la felicità per voi è possibile, a patto che gli altri vi accettino come siete, e subito».

Oltre ad essere un evento importante per la storia della pedagogia, Incontro con un infanzia rifiutata segna una tappa fondamentale nel panorama artistico della nostra regione, il Friuli Venezia-Giulia, perché
Marcello De Stefano sul «Notiziario della 33a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia» Marcello De Stefano un film sugli emarginati, 27 agosto 1972.

l’intera equipe è formata da friulani (55): Marcello De Stefano, che non solo ne è regista ma anche soggettista, cosceneggiatore con Bruno Biasutti, e montatore; Adriano Cossio (ben noto critico cinematografico e teatrale) direttore di una splendida fotografia dal polso sicuro ed efficiente; Rodolfo de Chmielewski, autore del commento musicale che riprende e adatta i canti per bambini che i fanciulli ivi cantavano; e Nevio Ferraro, speaker.

Incontro con un’infanzia rifiutata è stato presentato alla XXXIII Mostra del Cinema di Venezia, prima compreso nella sezione Venezia 33, poi con duplice proiezione in Sala Pasinetti appositamente riservatagli.
Qui ha ottenuto notevole interesse di critica e di pubblico, facendo nascere dibattiti vivi ed interessanti, su provocazione iniziale del regista, sul tema dei bambini minorati, anche perché in sala erano presenti dei genitori direttamente interessati.

Molti critici hanno sostenuto che se ai tempi fosse stato possibile assegnare i Leoni d’Oro (riconoscimento che in quegli anni era stato soppresso in seguito alla contestazione del Sessantotto), quest’opera sarebbe stata sicuramente la più meritevole di ricevere tale onore nella sezione riservata ai documentari (56).

Ma a De Stefano è sufficiente la consapevolezza di essere riuscito a realizzare un’opera filmica in grado di smuovere le coscienze, capace allo stesso tempo di farci commuovere, di indignarci e anche farci sentire in qualche misura colpevoli per il fatto di permettere che certi fatti accadano intorno a noi, sotto i nostri occhi. Ed è così che si concretizza uno degli intenti principali del regista friulano: quello di fare del cinema uno strumento di denuncia e allo stesso tempo di proposta.

Qui, come scrive Paolo Pedretti in una recensione al film, “il cinema guarda a se stesso con una rinnovata coscienza critica. Perché se è vero che il cinema è uno specchio, ed è “curiosa” disponibilità a riflettere qualsiasi cosa gli si pari dinanzi, è altrettanto vero che, tra le proposte per una sua definizione ancora non raggiunta, una delle più stimolanti è questa: cinema è scelta. E il lavoro di De Stefano, Cossio, Biasutti e dei loro compagni è una ulteriore, consolante verifica di quanto possa essere ampio il campo di questa scelta” (57).



NOTE

50 Così dal depliant che veniva distribuito durante le proiezioni del film.

51 Agli inizi degli anni Settanta i mass-media, giornali e radio, trattavano di questi eventi-scandalo coinvolgenti fanciulli e adulti minorati.
52 Rientra sempre nella precisazione della nota precedente
53 Piero Zanotto, 33. Mostra del cinema di Venezia su «Il Gazzettino», 27 agosto 1972. Discorso, questo, ribadito dal testo che accompagna le immagini.
51 Agli inizi degli anni Settanta i mass-media, giornali e radio, trattavano di questi eventi-scandalo coinvolgenti fanciulli e adulti minorati.
52 Rientra sempre nella precisazione della nota precedente
53 Piero Zanotto, 33. Mostra del cinema di Venezia su «Il Gazzettino», 27 agosto 1972. Discorso, questo, ribadito dal testo che accompagna le immagini.
55 Così anche Domenico Zannier, Un film tutto friulano – Incontro con un’infanzia rifiutata su «La Vita Cattolica», 23 settembre 1972.
56 Così anche Paolo Pedretti, Lo specchio e la scelta su «Gazzetta di Parma», 19 settembre 1972.

57 Ibidem.

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