14 agosto 2010

IL PROSSIMO - IERI, OGGI, DOMANI (EMIGRAZIONE VECCHIA E NUOVA)

Data: 1990
Regia: Marcello De Stefano
Soggetto: Marcello De Stefano
Sceneggiatura: Marcello De Stefano
Fotografia: Claudio Toson
Riprese: Claudio Toson, Bruno Beltramini e Marcello Terranova
Musiche: Raul Lovisoni
Scenografia: Ermes Gazziero
Suono: Cometa-Roma
Speaker: Gianfranco Scialino e Graziella Ricci Polini
Montaggio: Salvatore Mereu e Marcello De Stefano
Editing: Cinecittà
Produzione: Demark Film, Udine, 1987
Durata: 74’


Visti gli intenti principali dell’opera cinematografica di De Stefano, tra i quali vi è sicuramente quello di favorire la conservazione e, nei casi più gravi, la riappropriazione di un senso di identità in tutti i friulani, anche e forse soprattutto in quelli che oggi vivono lontani dalla loro terra d’origine, è parso quasi naturale che, giunto ad un certo punto della sua continua attività, egli focalizzasse la propria attenzione sul fenomeno che più di ogni altro ha portato via dal territorio friulano migliaia di suoi abitanti: l’emigrazione.

Nasce così un lungometraggio cui verrà dato il titolo Il prossimo – Ieri, oggi, domani (emigrazione vecchia e nuova), titolo programmatico del modo in cui verrà trattato l’argomento all’interno del film: il fenomeno
dell’emigrazione visto nella sua forma passata, in quella dell’oggi e in quella che potrebbe essere di un domani non molto lontano; in più c’è quel sostantivo: il prossimo, anteposto al resto del titolo, molto significativo, perché “parola ricca di senso evangelico e pertanto implicante il concetto di «accettazione»” (141).

Mario Quargnolo, nel suo articolo dal titolo “Il prossimo ieri, oggi, domani” (142) (col sottotitolo “il regista friulano Marcello De Stefano ha compiuto un lavoro di seria, austera ricostruzione storica che scava nelle coscienze e che fa pensare), sottolinea come il tema dell’emigrante non abbia trovato particolare fortuna nel panorama della storia del cinema. Ripercorriamo a grandi linee, insieme all’insigne critico, le tappe che hanno rappresentato i precedenti rispetto all’opera del regista friulano.

La prima pellicola che prende in esame questo argomento è L’emigrante diretto da Febo Mari, intellettuale ed anche attore teatrale, che ha come interprete principale Ermete Zacconi “mostro sacro della scena” ed “esponente del verismo più accentuato” (143).

Nel film, girato nel 1915 e quindi nell’epoca del muto, Zacconi ricopre il ruolo di un emigrante sfruttato nell’America del Sud. Appaiono diverse didascalie che hanno la funzione di darci un’idea della drammatica condizione del protagonista e, con lui, di tutti coloro che sono costretti a lasciare il proprio paese in cerca di denaro per il mantenimento proprio e della propria famiglia; esse sono, ad esempio: «Chi vuole lavoro deve pagare una tangente», e ancora «Si lavora una settimana per poco pane e per poco denaro».

La situazione è resa ancora più tragica da un incidente di lavoro, in seguito al quale l’emigrante, ancora inabile, non solo viene dichiarato perfettamente guarito e perciò in grado di ritornare a svolgere le proprie faticose mansioni, ma non viene nemmeno risarcito per il danno subito sul posto di lavoro.

Sempre nel 1915 esce nelle sale The italian, film dello statunitense Reginald Barker e prodotto dal noto regista Thomas Harper Ince. Il racconto filmico si svolge nel cuore dell’enorme metropoli americana di New York, dove Beppo Donetti, che prima viveva felice insieme alla sua amata Annette Ancello in una Venezia «napoletanizzata» (come la definisce sempre Quargnolo) nella quale lavorava come gondoliere, è costretto a subire una lunga serie di umiliazioni, di soprusi e di sofferenze.

Seguono, poco tempo dopo, Little Italy e An eye for an eye che guardano entrambi con occhio benevolo alla figura dell’immigrato italiano che deve rinunciare alla propria terra, alla vicinanza e all’affetto dei propri cari, e che attraverso un lavoro stancante e molte volte di una rischiosità mortale si guadagna faticosamente da vivere.

Ma torniamo ora nel Bel Paese dove, negli anni Venti-Trenta, vedono la luce un paio di opere che affrontano questa tematica. Si tratta innanzitutto di Passaporto rosso (1935) del regista Guido Brignone, che ambienta la vicenda nel periodo che va dal 1890 al 1922, e cioè “prima dell’avvento del fascismo al potere in quanto l’Italia imperiale - per il fascismo - non aveva bisogno di mandare i suoi figli all’estero: bastava e avanzava l’impero” (144).

Abbiamo poi Luciano Serra pilota del 1938, ad opera di Goffredo Alessandrini145, nel quale l’omonimo protagonista, ex eroe di guerra, è costretto ad emigrare in America del Sud dove egli troverà ad attenderlo una vita di stenti, di sacrifici, di dolori e di sofferenze, costretto anche a subire lo sfruttamento della propria mano d’opera da parte del padrone.

Arrivati a questo punto torniamo a spostarci al di fuori dei confini nazionali per approdare al panorama europeo, precisamente in Francia. L’epoca è sempre la stessa dei film appena descritti e il nome del regista è quello di uno dei più grandi registi della storia del cinema, non solo francese ma mondiale, ovvero Jean Renoir, che nel 1935 firma Toni. La pellicola è ambientata in Provenza, dove il protagonista Antonio Canova, detto Toni, è coinvolto in una fosca vicenda.

Nell’immediato dopoguerra lo spirito con cui viene affrontata l’emigrazione sul supporto della celluloide cambia per diversi motivi: innanzitutto per le mutate condizioni politiche e le mutate condizioni dell’emigrazione stessa.

Citando brevemente i titoli delle opere di questo periodo ritroviamo Il cammino della speranza (1950) di Pietro Germi nel quale alcuni poveri siciliani tentano di passare il confine italo-francese per andare alla ricerca di un futuro migliore; Emigrantes (1964) di e con Aldo Fabrizi, nel quale il protagonista decide di emigrare in Argentina; Il gaucho (1964) di Dino Risi che ha come interpreti Vittorio Gassman e Amedeo Nazzari; il divertente Bello onesto emigrato in Australia sposerebbe compaesana illibata (1971) di Luigi Zampa e con Alberto Sordi e Claudia Cardinale; ed infine Pane e cioccolata (1973) di Franco Brusati.

C’è da dire, comunque, che benché nei film citati la figura dell’emigrante sia guardata con una sorta di “leggerezza” in più, la sue condizioni di vita vengono sempre descritte come durissime e difficili da sostenere.

Ed è a questo punto che si inserisce il film-saggio di Marcello De Stefano nel quale il fenomeno dell’emigrazione viene ricostruito in maniera austera dal punto di vista storico, sociale, culturale ed artistico, togliendo ogni spazio all’elemento “spettacolo” che aveva caratterizzato in maniera diversa le opere precedentemente citate. Qui il regista “rifiuta lo stereotipo di un falso sentimentalismo, preferendo un approccio affidato ad un continuo confronto dialettico tra il piano «assolutizzante» del fenomeno e,
quello «contingente», costituito dall’emigrazione friulana, la cui storia è sviluppata all’interno di un grande affresco” (146).

Il film si apre con un fotogramma muto nel quale vediamo ripreso un campo delle colline friulane sul quale passa un trattore ad ararne la terra. Lo stesso fotogramma è posto in chiusura della pellicola; esso sembra identico al precedente, ma in realtà non lo è perché, come dice Iacovissi, nell’articolo intitolato “Film da meditare con mente e cuore”, “se all’inizio, si trattava di un fotogramma di voluto sapore oleografico, significativamente manieristico, alla fine tale immagine si carica di tutti i contenuti ideologici del film”, che passerò ad esporre di seguito, “assurgendo, per così dire, a simbolo di una acquisita ed autentica coscienza ecologica permeata d’una profonda armonia tra gli uomini, e d’una terra rispettata e salvaguardata” (147).

Il leitmotiv, in questo dodicesimo film-saggio che Marcello De Stefano realizza in Friuli, è costituito da brani di cinegiornale (di invenzione del regista) che riportano i momenti salienti relativi alla «Seconda Conferenza Nazionale dell’Emigrazione», tenutasi a Roma dal 28 novembre al 3 dicembre del 1988.

Esso ritorna tre volte all’interno della lunghezza della pellicola e dà vita a quello dei due piani di lettura, che sempre sono presenti nei lavori cinematografici del regista, chiamato momento universalizzante (il momento contingente invece è costituito dal racconto della sola emigrazione friulana).

Prendendo lo spunto da questi leitmotiv, De Stefano illustra la nascita e lo sviluppo dell’emigrazione che “scaturisce da quel crocevia di culture e di etnie diverse che è il Friuli, sempre comunque accomunate dallo stesso destino” (148).

Il film passa ad illustrarci i vari mestieri svolti dagli emigranti friulani nelle diverse terre in cui si recarono in cerca di fortuna. Una novità è che ne Il prossimo - ieri, oggi, domani (emigrazione vecchia e nuova) viene sottolineato anche il ruolo di donne e bambini come coprotagonisti importantissimi del fenomeno migratorio, “coprotagonisti” fino a questo film mai considerati nei libri relativi all’emigrazione friulana, per cui il film saggio copre finalmente questa lacuna.

In seguito, ritornando ai giorni nostri vediamo arrivare nel nostro paese i figli e i nipoti di quegli uomini e di quelle donne che tanti anni prima lo avevano a malincuore lasciato; vediamo come essi vengono accolti con calore dalle famiglie che li ospiteranno per il periodo nel quale, attraverso una “vera e propria controlettura dei dati storici, artistici e culturali” (149) che caratterizzano il Friuli, avranno modo di arrivare ad una profonda conoscenza della terra di cui tanto spesso gli avevano parlato i loro cari.

Questi giovani vengono guidati, oltre che in luoghi significativi del territorio friulano, anche in altre parti di Italia. Particolarmente significativa è la visita a Venezia: inizialmente De Stefano aveva previsto un taglio sulla Chiesa della Madonna della Salute, presente nella città lagunare, ed un successivo confronto con “un’analoga e diversa realtà architettonica religiosa friulana”150 rappresentata dalla “chiesetta votiva”.

Ma poiché nel frattempo uscivano su parecchi giornali diversi articoli, nei quali il Friuli veniva considerato come “pura espressione di Venezia” (151) negandogli quindi allo stesso tempo una propria specifica identità anche artistica, il regista friulano operò un cambiamento nelle sequenze suddette. E ciò aggiungendo, in sede di montaggio, un “a solo” nel quale è rivendicata la specificità friulana, precisata dalla lettura degli stilemi - specifici - dell’architettura veneziana ed evidenziata dal confronto tra il Palazzo Ducale di Venezia e la Loggia del Lionello di Udine, che pur essendo di chiara matrice veneta presenta decise caratteristiche che la fanno differire da quello e, nello stesso tempo, fanno di essa una forte espressione del modo di essere tipicamente friulano.

Nel finale del film, momento attualissimo (152) (come lo definisce Quargnolo), vediamo l’emigrazione friulana, ormai divenuta per la maggior parte tecnologica, lasciare il posto al fenomeno opposto, a quello dell’immigrazione dei tantissimi extra-comunitari che oggi popolano la nostra regione.

De Stefano affronta l’argomento sottolineando come sia necessario un confronto con questo “prossimo” e con la sua cultura, confronto che deve essere scevro di ogni forma di pregiudizio e diffidenza che di solito si è portati ad avere nei confronti di qualsiasi realtà che si configuri come un qualcosa di diverso da noi.

Il regista invita a rapportarsi con questi nuovi poveri in termini di accettazione, di accoglienza e di comprensione per i loro problemi, ricordandoci come anche noi, un tempo, fummo costretti a lasciare le nostre terre al fine di trovare un lavoro che permettesse alle nostre famiglie una vita perlomeno decente, e come anche noi all’inizio trovammo l’ostilità della gente del luogo. Insomma, si tratta di una “sorta di sfida in positivo” (153) per la nostra regione: “il Friuli, un tempo terra di emigrazione, oggi è divenuto terra di immigrazione, sfida, questa, che la comunità friulana dovrà raccogliere ed affrontare, se non vorrà ripudiare gli stessi sentimenti e le stesse fatiche dei suoi emigranti” (154).

Dal punto di vista stilistico la pellicola presenta moltissime finezze. Come avremo modo di mettere in luce nel capitolo dedicato ai caratteri formali tipici del cinema friulano di Marcello De Stefano, possiamo
facilmente notare che qui, come negli altri suoi film, egli non utilizza mai la “dissolvenza” o qualsiasi procedimento che potremmo definire “addolcificatore” e questo per restare fedele ad un suo pensiero elaborato in merito al rapporto tra “lingua friulana” e “grammatica-sintassi cinematografica”.

Perciò nella sequenza di Il prossimo - ieri, oggi, domani nella quale vengono mostrati i lavori conclusi degli emigranti friulani all’estero, le diverse scene si susseguono l’una con l’altra per stacchi e tagli in testa e coda, i quali creano nello spettatore l’illusione di trovarsi davanti ad una serie di continue dissolvenze incrociate, dove esse sono invece del tutto inesistenti.

Ancora da ricondurre al desiderio del regista, di restare legato ad una sostanziale fedeltà ed aderenza a quello che è l’animo friulano, è l’uso delle fotografie come mezzo per illustrare la storia dell’emigrante friulano. Egli, infatti, avrebbe benissimo potuto utilizzare per questa sua ricostruzione storica, dei filmati d’epoca sull’emigrazione, che esistono sicuramente in discreto numero; ma come in Grafiz ’tun orizont (dove, come ho già sottolineato, egli usa i disegni di Ermis per descrivere la vita di padre Luigi Scrosoppi) anche qui egli preferisce affidarsi ad un supporto fisso, immobile, forse più discreto che è la fotografia.

È la macchina da presa a muoversi, a scrutare volti, ad evidenziare particolari, a rendere, con inquadrature insistite, la magia ed il fascino di quel lontano passato immortalato per sempre, donando così alle fotografie, ove la situazione possa richiamarla, una certa dinamicità (un esempio di ciò sono la scena riguardante la nave con a bordo gli emigranti e quella “della zattera costruita dai taglialegna-segantini con i tronchi segati”155 che sembrano entrambe scorrere sulle acque).

Ma c’è anche un altro motivo, sempre dettato da una coerenza di linguaggio, per cui De Stefano utilizza il materiale fotografico, e cioè l’intenzione di “rendere il passato in una ferma fissità di fondo, nel suo senso di eventi appartenenti ad un ieri decisamente collocato in una immobile lontananza” (156).

Per rifarci all’articolo di Roberto Iacovissi pubblicato da “Segnâi di lûs” che abbiamo riportato ad introduzione dell’analisi dei film, possiamo citare una scena, o meglio suggestione visiva, presente in Il prossimo - ieri, oggi, domani (emigrazione vecchia e nuova), che richiama direttamente il soggetto del film che De Stefano aveva scritto nei primissimi tempi della sua frequenza del Centro Sperimentale dopo la visione di Carosello napoletano (1953) di Ettore Giannini.

In entrambi, infatti, troviamo l’immagine del bicchiere di vino che si carica di importanti valori simbolici. In “Idea per un film musicale sul Friuli”, come abbiamo già avuto modo di ricordare, il rosso del bicchiere di vino viene a trasformarsi nel rosso della bandiera italiana; invece in questo dodicesimo film-saggio abbiamo un bicchiere di vino rosso, inquadrato in dettaglio e stretto nella mano di un uomo disperato che annega i propri dispiaceri e le proprie frustrazioni nell’alcol, che nell’inquadratura successiva cede il posto ad un altro bicchiere di vino, questa volta tenuto in mano da una donna, che lo porge ad un uomo vigoroso il quale sta tagliando della legna con la propria ascia. Come dice Quargnolo, De Stefano con queste inquadrature vuole rappresentare “due diversi modi di essere del vino che concretizzano due diversi modi di essere dell’uomo” (157).

Un altro particolare da evidenziare è quello riguardante il fatto che il paesaggio è volutamente inquadrato in maniera cartolinesca e questo per rappresentare il sentimento di nostalgia dell’emigrante nei confronti della sua terra e dei suoi cari ed il desiderio di sentirsi vicino ad essi: la cartolina per tanto tempo ha costituito, infatti, l’unico modo, per chi si trovava suo malgrado all’estero, di sopperire a questa dolorosa distanza, tanto è vero che alla fine della sequenza “cartolinesca”, è di scena una mano che stringe, in dettaglio, una cartolina.

Nel film, De Stefano passa anche in rassegna alcuni aspetti di carattere culturale, sviluppatesi in Friuli, legati al tema dell’emigrazione e che il regista tratta attraverso il teatro di Renato Appi, le poesie di Gianfranco Ellero, Roberto Iacovissi e Leonardo Zanier, l’opera scultorea di Giorgio Celiberti dal nome “Albero”.

Importantissima è poi la colonna sonora, composta da Raul Lovisoni, nella quale spicca senz’altro la commovente villotta friulana di Arturo Zardini dal titolo “L’emigrant”, le cui parole riescono ad esprimere al meglio il sentimento che ha animato i nostri avi emigranti: «Un dolor dal cûr mi ven / dut jo devi bandonâ / pari, mari e ogni ben / e pal mont mi tocje lâ».

Il prossimo - ieri, oggi, domani (emigrazione vecchia e nuova) viene presentato al pubblico per la prima volta da Mario Quargnolo, che l’ha definito “un inno alla civiltà dell’amore” (158), al cinema Ariston in via Aquileia ad Udine, domenica 16 dicembre 1990. La manifestazione viene inoltre patrocinata dall’amministrazione provinciale di Udine, rappresentata nell’occasione dall’avvocato Giovanni Pellizzo, assessore all’emigrazione di quegli anni.

In seguito il film viene proiettato nell’ambito del ciclo di studi del Centro ricerche e attività ecumeniche (Crae) su Ecumenismo verso il 3° millennio bilanci, problemi, prospettive tenutosi in data 17 aprile 1991, alle 18, nell’aula magna della scuola media Pacifico Valussi di via Petrarca in Udine. Alla proiezione è seguito un dibattito presieduto dallo stesso regista De Stefano riguardante la varietà di etnie, culture e fedi religiose di fronte alle quali il fenomeno migratorio ci pone anche nella nostra regione.

Nell’ottobre del 1992 viene proiettato durante un pomeriggio al corso di aggiornamento di lingua italiana per docenti austriaci di scuole secondarie, patrocinato dai Ministeri della Pubblica Istruzione italiano e austriaco, e organizzato dal professore docente universitario Nereo Perini, all’Università di Udine.


NOTE

141 Mario Quargnolo, Una prolusione critica in “Il cinema friulano di Marcello De Stefano”, A. S. Macor Editori, 1993. pag. 56.

142 Mario Quargnolo, Il prossimo ieri, oggi e domani su «Friuli nel Mondo», aprile 1991. Le informazioni seguenti, riguardanti la figura dell’emigrante nel cinema, sono state ricavate da questo articolo.

143 Ibidem.


144 Ibidem.

145 Il film, sceneggiato dal regista e da Roberto Rossellini, ebbe la supervisione di Vittorio Mussolini dato che doveva essere una esaltazione e, quindi, una giustificazione della guerra d’Africa, e vinse al Festival di Venezia del 1938 la Coppa Mussolini.

146 Roberto Iacovissi, Film da meditare con mente e cuore su «Udine teatro», giugno 1991.

147 Ibidem.

148 Ibidem.


149 Ibidem.

150 Mario Quargnolo, Una prolusione critica, cit. pag. 62.

151 Ibidem.

152 op. cit., pag. 56.

153 Roberto Iacovissi, art. cit.

154 Ibidem.


155 Mario Quargnolo, op. cit., pag. 59.

156 Op. cit., pag. 58.

157 op. cit., pag. 62.


158 Così in «Messaggero Veneto»: La prima di De Stefano: un inno alla friulanità, 17 dcembre 1990.