17 agosto 2010

MARCELLO DE STEFANO COMMENTA ARRIGO POZ

Arrigo Poz è un affermato artista friulano.

Curioso per natura, alla ricerca continua di nuovi strumenti espressivi e di tecniche innovative che al meglio potessero esprimere I'urgenza interiore, Poz ha trattato il dipinto a olio, I'affresco, il mosaico e la vetrata, ha illustrato libri e ideato manifesti, sorretto sempre da una eccezionale abilità manuale, dall'inesauribile desiderio di operare, di dar forma a pensieri e sensazioni.

Poz tratta una duplice tematica: da una parte I'amato mondo friulano popolato di campi, di cortili, di alberi e di contadini, dall'altra I'universo religioso che a partire dagli anni della piena maturità, e dal terremoto del 1976 segnatamente, ha finito per prevalere nella sua produzione.

I dipinti giovanili risentono inizialmente della poetica forte e carica di istanze sociali di Giuseppe Zigaina, da cui Poz trae il gusto per il colore pieno e costruttivo, per il segno largo e deciso (naturale antefatto alIa futura produzione di vetrate), per il solido impianto delle figure umane, peraltro ricondotte a una personale visione, che vuole l'uomo e il suo difficile esistere sostenuto dal sogno e sublimato dalla speranza, che stempera sia il dramma che quell'aspra rabbia che sono i connotati primi della pittura e della fotografia del neorealismo.

La terragna materialità degli anni cinquanta trapassa in una dimensione morale e sociale, ispirata ai valori della cristianità ma anche attenta alle inquietudini e alle problematiche spirituali del nostro tempo. Si evidenzia soprattutto la capacità di penetrare nell'animo dell'uomo, per carpirne i più segreti sentimenti e riproporli in composizioni di forte carica vitale.

Le opere di carattere sacro, che lo rendono nel genere il maggior artista friulano contemporaneo e lo fanno erede della grande tradizione del passato, espressa nel Novecento dai gemonesi Giovanni Fantoni, Felice e Giuseppe Barazzutti, dal carnico Giovanni Moro, da Fred Pittino di Dogna o dal codroipese Renzo Tubaro, pur se datano fin dalla prima attività (appena diciottenne affresca un Battesimo di Cristo nella parrocchiale di Bicinicco) si avvalgono di un linguaggio personale e innovativo a partire dal 1979, allorché con la grande composizione plurimaterica (bronzo, ferro, legno) dell'atrio della basilica della Madonna delle Grazie in Udine in memoria del terremoto del 1976, Poz si impone alIa critica e al largo pubblico come il "nuovo" interprete della cristianità nell'arte.

Negli anni seguenti contenuti e forme si affinano in una ininterrotta sequenza di pale d'altare, di vetrate, di mosaici, di suppellettile sacra, di affreschi devozionali, opere talora eclatanti per ideazione, contenuto e dimensione (il grande ex voto della basilica delle Grazie misura ben nove metri per sei), talaltra di più intima, raccolta e domestica spiritualità, come la Madone del Batifiar, la "Madonna del Battiferro" eseguita a mosaico nell'ingresso della sua casa di campagna, esemplata sugli antichi segni devozionali della terra friulana.

La vena apparentemente facile della sua narrazione pittorica sottintende in realtà una tormentata e meditata elaborazione alIa ricerca della perfetta rispondenza tra pensiero e immagine. Una ricerca interiore che lo ha portato a rifiutare coscientemente tematiche più attuali, meglio ancora "alla moda ", e certo più remunerative. Ciò che piace in Arrigo Poz, lo ha scritto Sgorlon nel 1974, "è il fatto che egli si è maturato in piena libertà e indipendenza": non rimanendo fuori dal mondo, tuttavia, anzi portando in esso una sua personale e poetica visione dell'arte, convinto, come Kart Rehner, che anche in un mondo malato come quello di oggi, che del freddo tecnicismo fa il suo credo, " la . , . " poesia e necessaria “.


COMMENTO DI MARCELLO DE STEFANO (con il quale Poz ha collaborato in alcuni suoi film)