Penetrare la quotidianità

RIFLESSIONE SULL'OPERA DI Mara SQUALIZZA






Durante l’infanzia avevamo un altro sguardo.

Intuivamo cose più profonde, ma non le sapevamo esprimere con i concetti e le parole.

Ora esprimiamo con un linguaggio più complesso cose che da piccoli la nostra mente abbracciava con una semplice immagine.

A volte una determinata musica, alcuni suoni od odori rievocano un frammento di quell’antico sguardo, frammento che subito, però, diluisce nel nostro affanno quotidiano.

Ritornare fanciulli interiormente non è facile perché la nostra mente è troppo condizionata e impegnata a lottare contro i mulini a vento del nostro egoismo od orgoglio.

Eppure siamo proiettati in avanti per divenire l’essere per cui siamo stati progettati e che ci costruiamo giorno dopo giorno.

Fin da piccoli intuivamo che ognuno di noi ha una mansione unica nell’Universo. Ora non la sappiamo intravedere perché aspettiamo sempre qualcosa di più vistoso ed autogratificante.

Cerchiamo il successo, sfuggiamo la “mediocrità”, ma essa consiste proprio nel non riconoscere la vocazione unica che abbiamo, anche se agli occhi degli uomini appare insignificante.

Ciò che è veramente “significante” è compiere il nostro dovere quotidiano con amore.

Il più grande successo che uno riesce ad ottenere grazie alle sue opere e per il quale si sente gratificato, non vale nulla se confrontato con un piccolo gesto di puro amore, che nessuno vede e che solo Dio contempla.

La nostra mente discrimina ciò che è piccolo da ciò che è grande basandosi sulla complessità dell’opera che realizziamo e dall’impegno o dal coraggio che ci mettiamo. Nella logica umana ciò appare evidente.

Spesso, però, ci vuole più coraggio ed impegno a vivere le cose quotidiane e comuni che quelle straordinarie.
Quando una casalinga, un operaio o un giardiniere sono fedeli al loro impegno mettendo tutto il loro amore per superare la noia della ripetitività e senza che alcuno riconosca visibilmente il loro operato, allora vivono in modo straordinario la loro vocazione.

Ma il nostro “io” appesantito dovrà riattingere da quello più puro dell’infanzia per comprendere il reale presente in cui siamo immersi.

“Non è staccandoci dal reale in cui siamo posti che possiamo sperare di cogliere meglio le cose, ma è penetrando in esso con tutte le potenze e le risorse che ci appartengono.
La presenza dell’essere universale coincide per noi con la realizzazione del nostro essere individuale, e non nel suo superamento e nella sua esecuzione! (L.Lavelle, L’errore di Narciso, ed.Liviana)

Pier Angelo Piai

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