Come ci vedono dall'ALDILA'
"La formulazione"Come ci vedono dall'aldilà" viene espressa in forma interrogativa in quarta di copertina con tre grosse domande: "Come vivremo il grande trapasso della morte? Cosa ci aspetta nell'aldilà? Come vedono la nostra vita coloro che già vivono nella nuova dimensione immortale?
Come ci vedono dall'aldilà - cronache di un vagabondo veggente
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(articolo del dott. Natale Zaccuri apparso su alcuni quotidiani e settimanali italiani)
Pare proprio che l'aldilà sia una tematica ricorrente : programmi televisivi, articoli di quotidiani e settimanali, servizi radiofonici, riviste specializzate, convegni e tantissime altre occasioni per parlarne, porre interrogativi, discuterne.
Già nei primi anni novanta Piai, autore friulano, intuiva la centralità che avrebbe avuto, alla fine del secondo millennio, l'argomento sull'aldilà e cominciava la stesura del suo libro "Come ci vedono dall'aldilà-cronache di un vagabondo veggente".
Appena stampato, le copie del libro andarono a ruba. L'editore Campanotto si è avventurato nella nuova edizione e già si sta rivelando un vero successo. E' stato persino esposto recentemente al 10° salone del libro di Torino il cui tema era "saremo immortali?
Ma perché il libro sta riscuotendo tanto interesse? Lo stesso critico letterario, dott. Mario Turello, durante la prima presentazione del "92 affermava:
"L'autore si propone innanzitutto di trasmettere un messaggio. Direi che questa è un'opera "edificante" nel miglior senso del termine, che veicola dei valori che sono essenzialmente extra-letterari.
"La formulazione "Come ci vedono dall'aldilà" viene espressa in forma interrogativa in quarta di copertina con tre grosse domande: "Come vivremo il grande trapasso della morte? Cosa ci aspetta nell'aldilà? Come vedono la nostra vita coloro che già vivono nella nuova dimensione immortale?
Singolare è il fatto che nella galleria dei personaggi che il protagonista Luca incontra, appaiono (o gli vengono incontro, come nel Paradiso dantesco) non soltanto i santi, gli angeli , la Vergine Maria stessa, Satana ( sul Ponte del Diavolo di Cividale), ma in modo del tutto inaspettato anche personaggi come Leopardi, come il santo buddista Bodhidharma, come il Drummond e Teilhard de Chardin che Piai colloca tutti ,in modo ecumenico ed irenico, alla stessa stregua di confessori di un'unica verità, nella gloria e nella beatitudine divina.
Il vagabondaggio di cui si parla nel sottotitolo non è tanto una itineranza geografica (anche se in parte è presente), ma è soprattutto un pellegrinaggio interiore.
Le visioni sono il risultato e il prodotto diuna lunghissima, sofferta e attenta frequentazione dei testi dei personaggi che incontriamo. "A monte" noi riconosciamo all'autore una preparazione, una conoscenza profondissima dei vari pensatori con i quali, poi, attraverso di lui, anche noi entriamo in dialogo. La confidenza, la conoscenza profonda del pensiero di Teilhard de Chardin, per esempio, o di Teresa di Lisieux, o degli altri personaggi è tale che dà anche adito a delle interpretazioni molto libere, molto originali, da parte di Piai.
Il protagonista è Luca Alberti.
Lo conosciamo ad apertura di libro nella sua maturità in un momento critico della sua esistenza. Egli si sente profondamente e urgentemente chiamato, vocato, ma non sa decidere e discernere qual'è la reale natura della sua vocazione.Luca ha vissuto la tragedia da bambino per la morte dei genitori, è vissuto per dieci anni in orfanotrofio, risente di squilibri indotti da una formazione ossessivamente censoria da parte delle suore che l'hanno educato.
E soprattutto non riesce ad assorbire l'incidente in cui, senza responsabilità da parte sua, ha provocato la morte di un ragazzo.
Per quest'ultimo dramma il suo senso di colpa assume toni che sono esasperati, perchè sino alla fine egli si mostra sordo alle argomentazioni, a tutte le assoluzioni e a tutte le rivelazioni che dovrebbero sorbire questa sua morbosa auto-condanna.
In questo lungo macerarsi nell'indecisione, scrive il suo diario e nel frattempo si susseguono una serie di incontri straordinari con l'aldilà.
Dal diario sembra che eccheggino quelle letture mistiche e ascetiche di cui si parla nel primo capitolo : Agostino, Tertulliano, Origene, S.Giovanni della Croce,Teresa d'Avila e Teresa di Lisieux, Thomas Merton. Tutto il lavorìo interiore di Luca si mantiene nei binari di una devozione di tipo tradizionale, senza escludere smarrimenti o soprassalti dolorosi o delle reinterpretazioni e delle teorizzazioni originali .
Qui il confronto avviene soprattutto con la Sacra Scrittura e con un certo abbandono all'iniziativa divina, accolta o da accogliere dopo aver fatto un vuoto nel cuore. Ed è proprio su questa proposta di fare il "vuoto del cuore" che si chiudono le ultime righe del diario che poi non è più presente negli ultimi capitoli del libro.
L'altra parte, invece, quella che parla delle serie di apparizioni, non è più il luogo dell'autoanalisi, ma piuttosto quella dell'argomentazione, del confronto, dell'interpretazione ed è anche quella che offre gli aspetti più originali, forse i più recenti di una certa evoluzione e maturazione spirituale; è quella che forma quasi una seconda biblioteca, accanto a quella citata prima, che è fonte della religiosità di Piai.
E qui troviamo non solo i motivi della teologia tradizionale, con una proposta di elementi desueti ormai liquidati da un certo progressismo teologico come l'angelologia o la demonologia.
Qui ci sono anche aperture motivate da una carità e da una speranza di afflato universale, e Piai, in questo spirito veramente ecumenico di pietà verso l'uomo, passa da una teodicea (giustificazione di Dio) ad una antropodicea, una giustificazione dell'uomo. Tanto è vero che è capace di volgere in positivo anche il pessimismo di Leopardi e le apparenti deviazioni dall'ortodossia dell'evoluzionismo di Teilhard de Chardin.
E' capace di collocare senza la minima esitazione un santo buddista nell'empireo cristiano, alla pari, con un'apertura che non è così pacifica e così frequente al giorno d'oggi.
Sono rimasto molto colpito dalla reinterpretazione di Leopardi in chiave addirittura mistica, perchè in realtà qui ci troviamo in perfetta sintonia con studi recentissimi che vanno scoprendo nella formazione di Leopardi e nella sua poetica, gli effetti di una certa cultura ebraica che fino ad oggi è rimasta un po' nascosta. Molti resistono a questa revisione della lettura leopardiana.
Gianfranco Ravasi, però, nella postfazione all'ultimo libro di Turoldo parla dell'Infinito come un'altissima poesia mistica.
"Come ci vedono dall'aldilà", dice il titolo, ma come ci vedono dall'aldilà è più una congettura, è più una proiezione, direi un atto di fede che una ostensione chiara.
Luca è rassicurato che tutto avviene per un ottimo fine, che anche quello che ai nostri occhi è male, cospira al piano benefico di Dio. Come questo avvenga è questione che solo escatologicamente verrà chiarito. Per questo, quando si parla di vita eterna inevitabilmente lo si fa come lo si è sempre fatto in chiave di Teologia negativa.
Tutto questo grande travaglio di Luca, tutta questa sua frequentazione di grandi libri o di grandi maestri spirituali, resta senza una risposta definitiva, né potrebbe avere risposta definitiva, perché la fede chiede sempre umiltà intellettuale: non possiamo aver fede in ciò che è razionalmente dimostrabile.
Quindi non la superbia del raziocinio, non le vie della scienza, ma l'umiltà del cuore è quella che accosta veramente a Dio. Quell'umiltà di cui è modello Maria. Non a caso è Lei che accompagna Luca nel suo pellegrinaggio a Castelmonte, dopo un incontro rasserenante con una donna cividalese dalla fede esemplare e dopo la prova delle tentazioni sotto il ponte del diavolo.
Qui devo dire che la struttura narrativa si fa veramente suggestiva in modo felice e il simbolismo iniziatico si colloca con una consonanza molto riuscita nell'ambiente. Ammiriamo questo passaggio sul Ponte del Diavolo, la prova-tentazione e poi l'ascesa al "dilettoso colle" di Castelmonte, per dirla con Dante. Sarei tentato di seguire anche le analogie dantesche che possiamo riconoscere in quest'opera ( analogie strutturali, naturalmente).
Al Santuario di Castelmonte avviene l'ultimo incontro: a Luca appare San Benedetto Giuseppe Labre, ed è l'incontro con se stesso. Giuseppe Labre, il vagabondo di Dio, è colui che ha superato tutte le tentazioni, compresa quella di farsi monaco. Per Luca è la rivelazione definitiva: la sua vocazione "è stata" quella di non aver vocazione. La sua, come quella del santo che lui incontra per ultimo, è stata la contemplazione della strada, il sacerdozio della quotidianità, l'imitazione di Cristo che non aveva dove posare il capo. E qui mi pare di captare una lettura profondissima, metaforica di questo "Figlio di uomo che non ha dove posare il capo".
A me pare che uno dei messaggi da cogliere in questo libro sia proprio questo: tutti noi che siamo spesso tanto smarriti, incerti, paurosi, dovremmo smettere d'interrogarci, fidarci, abbandonarci e chissà che alla fine non possiamo vederci come veramente ci vedono dall'aldilà e scoprire che cercando la strada, pensando anche di averla smarrita,abbiamo in realtà già fatto molto cammino nella giusta direzione."
dott. Natale Zaccuri(docente in materie giuridiche, Cultore della
materia - Diritto costituzionale e Istituzioni di Diritto Pubblico - della
Facoltà di Giurisprudenza dell'Università degli Studi di Udine,
giornalista, critico d'arte, dal 1983 membro dell'Accademia Tiberina e
dell'Unione Legion d'Oro, collaboratore di quotidiani e riviste, sia a
carattere locale e nazionale, nel settore attualità e Cultura)